TECNICHE MISTE SU CARTA LAVORATA

 

La leggenda vuole che, a Parigi nel ‘91, trovandosi tra le mani delle tecniche miste che lui non aveva mai realizzate ma che portavano la sua firma, Pultrone decidesse di preparare in modo particolare e irriproducibile le carte su cui dipingere o disegnare e che per fare ciò cominciasse ad utilizzare il retro di suoi manifesti. Vero, ma parziale.

So per certo - e nessuno può saperlo meglio di me - che le prime carte lavorate nacquero prima, sperimentando l’utilizzo delle regole della cromoterapia e abbinandole al senso delle opere. A volere essere sinceri sono quasi sicura che le prime elaborazioni fossero mirate alle persone per cui faceva le opere, regalandogliele, e che le scelte realizzative dipendessero da quello che il Maestro riteneva potesse essere più utile per loro, in termini di salute. Per quanto dubiti che egli confermi qualcosa che nel bene o nel male sta ancora sperimentando, so che neppure smentirà o si opporrà alla pubblicazione; è rispettoso del pensiero altrui e … sincero.

Altra peculiarità, meno evidente ma curiosa, è che dei cartoni (carte da pane lavorate o manifesti) contengano, dalla parte opposta a quella che viene dipinta, un confuso collage di testimonianze sul suo operato: fotocopie di testi, poesie, progetti, proposte o critiche, foto di scena e persino contratti e biglietti del treno. Per assurdo che possa sembrare in tanti anni nessuno gli ha mai chiesto perché lo facesse, quasi che quei collages suscitino pudore, facciano pensare ad un’offerta sacrificale e non ad un atto di presunzione. Come fossero una finestra nella sua vita privata, nella fatica di dentro. In effetti neppure lui ne parla, ma per chi gli è vicino o lo è stato quando ha incominciato questa pratica, sa che coincide con la volontà di legare il senso dell’opera e quello del fare arte alla vita quotidiana, con il momento in cui sentiva dolorosamente necessario restituire all’Arte un valore che non fosse effimero. Per dimostrare la coerenza congenita tra il fare e l’essere espone brandelli del proprio vissuto, senza distinzione di importanza o strategie, si espone.

LA PREPARAZIONE: sul retro di un suo manifesto o di un cartoncino il Pultrone distribuisce uno strato uniforme di colla (il tipo di colla varia a seconda degli effetti desiderati e del tipo di pittura con cui interverrà in seguito). Poi applica sulla base, uno per volta, sovrapponendoli parzialmente, fogli di carta leggerissima (veline). Di solito sono quadrati e - nella stessa opera - di misure simili. Man mano che pone i fogli li colora, singolarmente. Normalmente ogni foglio ha un colore diverso. Come per i collanti, le tinte usate possono essere le più diverse: acrilici, tempera e acquerelli (quelli che mi piacciono di più).

Posti a fresco i singoli fogli, nelle parti che si sovrappongono, vedono i colori (quelli sotto e quello sopra) amalgamarsi, ma solo parzialmente dato che vi è una carta, per quanto leggera, di mezzo.

I cartoni così lavorati e colorati, anche quelli dagli effetti più soffusi, sono a volte "fratturati" da lacerazioni o buchi nelle carte sovrapposte. Per quanto si ottengano con accurata delicatezza (a pennello) e non risultino subito evidenti, hanno un impatto emotivo notevole una volta che li si nota.

La composizione ottenuta può essere opera fine a sé stessa.

Generalmente il Pultrone usa le carte lavorate come base su cui lavorare, assommando il senso della forma aggiunta con quello della composizione colorata.

Può lavorare con una sola linea, come nel caso di "Abatjour"

Con una linea per la forma principale e il tratteggio per le ombre, come ne "la riflessione" o "Riomaggiore"

Interviene a tratti coprendo anche la base con ulteriori macchie di colore che creano immagini, come nel caso di "Vedersi è riconoscersi, sentirsi è conoscersi" o "Bussana"

Interviene a fresco e massivamente come ne "La luna nella cattedrale" o "Quei ricordi così labili, così…"

Raramente, sovrappone ad un collage di forme colorate, giornali, cartoncini in tinta unita o immagini, carte semitrasparenti con strappi, su cui poi lavora; come nel caso di "I riflessi del sogno"

 

Silvana Marucci

 

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