Il "disagio" delle insegnanti/educatrici della scuola dell’infanzia e delle insegnanti delle scuole elementari … ci riguarda tutti.

di Alessandro Pultrone

Scrivo queste poche righe che non vogliono porsi come un saggio o una ricerca sul tema (per quanto ritenga sarebbe necessario) non solo perché sollecitato ed in qualche modo delegato a farlo da tante amiche educatrici, ma soprattutto perché credo sia doveroso unire al coro voci che non possano essere tacciate di interesse personale e diretto, fornendo un’attenuante a chi non vuole ascoltare, o peggio capire. Come genitore trovo peraltro impossibile o almeno irresponsabile disinteressarmi dei problemi delle persone che tanta parte hanno nella crescita dei miei figli.

Poiché ritengo improprio parlare dei problemi altrui e generalizzare, se non a seguito di uno studio profondo, consideriamo questo testo come provocatorio per l’apertura di uno spazio dove esporre le proprie ragioni e disagi e le proprie proposte; uno spazio conoscitivo e di dialogo (come tale alternativo alla immagine superficiale della scuola materna come "parking-baby" e alla reazione generalizzata e di comodo rispetto ai bisogni altrui che si esaurisce in un "si lamentano sempre"). Il forum potrebbe essere utile anche a chi, come il sottoscritto, viene spesso invitato a progettare corsi e percorsi rivolti ad insegnanti, educatori e figure professionali che con loro debbono poi operare o connettersi. Egoisticamente, confesso che una vetrina delle esigenze degli educatori supplirebbe al bisogno costante di monitoraggio dei bisogni reali necessario ai progettisti.

Inoltre approfitterò dell’occasione, professionalmente parlando, per sottolineare un aspetto socialmente e individualmente emergente di tali problematiche ma ancora sottovalutato dalle operatrici stesse, così che raramente appare tra gli obiettivi e le richieste che pongono e perorano.

Per quanto sinteticamente, andiamo però con ordine, lo stesso che emerge nelle varie aule (e ne frequentano tante!) dalle interessate; so che la proposizione ha valore parziale ma è pur sempre indicativo e poi "da qualcosa bisogna pure cominciare!". Premetto che normalmente si chiede alle corsiste di esprimere con un’unica parola le proprie aspettative, mete ed obiettivi (teoricamente rispetto al percorso o al modulo che si sta per svolgere insieme).

Deludendo i "so tutto, capisco tutti", al primo posto - e neppure al secondo o al terzo- non compare l’aumento dello stipendio … per quanto solo uno sciocco (sono assai diplomatico oggi) possa pensare o dedurne che lo stipendio delle nostre insegnanti sia anche solo sufficiente prima che dignitoso. La squallida retribuzione viene generalmente intesa (sentita psicologicamente, emotivamente e socialmente) come un elemento trasversale ed esemplificativo della mancanza di considerazione di cui gode il proprio ruolo professionale.

Il problema – richiesta che sopravanza gli altri viene di solito espresso con : professionalità o maggiore/i competenza/e ( le identifico, perché questo è quanto accade, quando si va a spiegare cosa s’intenda con il termine espresso). Il fatto che molte insegnanti si sentano inadeguate/i vuol dire che sono ignoranti o che vanno in qualche modo colpevolizzate/i? Assolutamente no (tanto molte lo fanno da sé, sopravanzando il confine spazio-temporale tra la responsabilità e il senso di colpa), anzi: le insegnanti sono solo consapevoli che i velocissimi mutamenti della società quindi della scuola e degli utenti (immigrazione, diversa struttura familiare, influenze socio-economiche e incidenze delle nuove tecnologie e della comunicazione sulla cultura, fragilità emotiva dei bambini, ecc.) impongono loro di adottare strumenti, metodi, tecniche, conoscenze … sempre maggiori e diverse da quelle sin qui adottate. Prima che individuino la necessità, che trovino il modo di comunicarle, che le strutture ed istituzioni capiscano, organizzino, forniscano le risposte (… quelle giuste!), passa un lasso (enorme) di tempo durante il quale l’educatore deve comunque caricarsi del problema. E lo fanno, ogni giorno; lo affrontano, spesso se non sempre, con la paura di sbagliare. La qual cosa è sana se contenuta diventando, diversamente, elemento di stress.

Quanto sopra può aiutare chi non frequenti il mondo della scuola a capire perché di solito il secondo e il terzo posto vedano alternarsi (a seconda dell’indirizzo del corso) come aspettative/ obiettivi: "il miglioramento della relazione con l’ambiente" (altri insegnanti, genitori, ma soprattutto con l’istituzione) e la gratificazione (personale e professionale). Evidente e costante la sovrapposizione tra il professionale (malfunzionamento del sistema, rigido, obsoleto e burocratizzato) e personale (relazione con gli altri). Vorrei sottolineare che questo modo di sentire, vivere, non è sintomatico di una imprecisa definizione del ruolo professionale ma il risultato di un comportamento necessario, in cui "un gran cuore" supplisce alle carenze proprie (rispetto agli sviluppi e cambiamenti frenetici dell’ambiente e la mancanza di strumenti e metodologie) e altrui (il sistema). Riprenderò tra poco l’argomento limitandomi per ora ad osservare come non sia giusto che noi tutti ce ne si approfitti, oltretutto disconoscendo poi una professionalità in cui la persona si mette in gioco così profondamente. Poiché l’altra faccia della medaglia è un’istituzione che viene vissuta come limitante e in conflitto invece che di sostegno e un’immagine pubblica professionale "dequalificata", baby sitter più che educatori (in particolare nella scuola per l’infanzia). Al dilagare del disinteresse (a volte incolpevole) delle famiglie per la scuola (o addirittura per i figli) si affiancano sempre più frequentemente situazioni che vedono i genitori richiamare , quando non minacciare, gli insegnanti per la gestione educativa e relazionale (come dice qualcuno: "guai rimproverare i bambini).

Detto questo lascio alle insegnanti, aggiungere, correggere, chiarire e approfondire l’elenco delle necessità.

 

Brevemente e propositivamente, poiché ribadisco che questa battaglia ci riguarda tutti, vi sono passi comuni da fare. Non potendo incidere direttamente sull’aspetto politico economico dobbiamo e possiamo però influenzare le scelte con un’operazione culturale tesa alla valorizzazione del ruolo dell’educatore e del mondo scuola. Un’operazione di divulgazione e informazione non settoriale e non necessariamente professionale ma conoscitiva.

Quanti genitori e uomini di cultura e politica sanno quanto importanti e precisi siano i percorsi educativi gestiti dagli insegnanti per i processi cognitivi e l’equilibrio emotivo e psicologico del bambino?

Quanti si rendono conto che questo lavoro è decisivo e determinante la loro capacità futura di relazionarsi, socializzare, realizzarsi in un mondo oltretutto diverso da quello dei nostri genitori (noi siamo generazioni /cerniera, viviamo la transizione) un mondo ad esempio multirazziale, dove la globalizzazione ed il nuovo modello di lavoratore modificano valori qualitativi e quantitativi delle competenze, ecc.?

L’altro aspetto evidente e fondamentale ancora culturale è quello che riguarda la necessità di lavorare (vivere) in rete. Per non dilungarmi ricorro ad un esempio, che riemerge anche da un’esperienza che sto vivendo ("Crescere insieme" Parsec – Comune di Roma): nelle aule (dove aumenta ed aumenterà la presenza di bambini stranieri) come nei neonati centri per l’immigrazione che si occupano dell’educazione ed integrazione dei bambini, si svolgono attività parallele con gli stessi utenti. Quanti problemi (anche degli educatori) si risolverebbero se gli uni e gli altri potessero supportarsi e magari condividere metodologie e/o almeno parametri di valutazione ( che senz’altro vanno sviluppati tenendo conto delle differenze culturali, spesso e ovviamente a noi sconosciute, quando non fraintese). Potremmo egualmente parlare delle attività che riguardano disabili o adolescenti a rischio presi in carico da strutture, ecc.

Veniamo ora ad un punto di cui tutti sembrano essere consapevoli e intorno al quale ferve una grande attività: la formazione, l’aggiornamento, la riqualificazione, ecc.

Tralasciando il fatto che spesso la si possa vivere faticosamente perché già gravati di un pesante fardello, considerato lo stress cui normalmente una parte di insegnanti è già stata sottoposta e quanto rilevato precedentemente, credo comunque occorra implementare ai laboratori e alle attività offerte, un lavoro di empowerment che affronti in particolare il corporeo, l’addestramento emotivo ed il ludico, rinforzando e rivitalizzando competenze e motivazioni, fornendo strumenti i più idonei e di base alla gestione relazionale (quindi con bambini di altre culture, con gli aggressivi e problematici, i disabili, ecc.) . Poiché potrebbe sembrare "tutta, sempre, la stessa pappa" infarcita di new- age, cercherò di chiarire (pochissimo poiché è un sapere che passa attraverso il fare). Il corporeo, ovvero la coscienza e gestione di sé e relazionale, è alla base dell’ascolto dell’altro (dialogo tonico) ma parte da un lavoro di armonizzazione su di sé, che comprende ad esempio un sano uso della voce (il problema voce per gli insegnanti) che serva di prevenzione alle patologie e allo stress oltre che come strumento relazionale, necessario soprattutto con una utenza che comunica più col senso - suono che con la parola o che con le parole non sa o può comunicare; un uso del fisico e della propria energia personalizzato (mal di schiena, cervicale, fame d’aria ecc. sono assai diffuse ed in aumento tra gli insegnanti) insomma migliorare la resa diminuendo il dispendio di energia e regolando lo sfruttamento del fisico (coadiuvando quindi il benessere psicologico). Non riesco proprio a capacitarmi che tecniche atte ad ottimizzare la professionalità della persona e che sono state acquisite anche dall’impresa facciano tanta fatica a divenire patrimonio di base in un ambito come il nostro (dove forse si pensa agli operatori come agnelli sacrificali).

Si badi bene che chi ha scelto con consapevolezza certi mestieri ha necessariamente un gran cuore, che sostiene la disponibilità relazionale necessaria (psicofisica, ovvero cognitiva ed emotiva) e la volontà, che ci fa trovare l’energia e …quant’altro. Chi si occupa di formazione personale e professionale sa la profondità e l’ampiezza di questo argomento ma sa anche come ad un gran cuore vadano fornite tecniche e strumenti (il cuore non va assolutamente eliminato, né intendo promuovere il tecnicismo). Diversamente è la persona (l’insegnante) che rischia, in tutti i sensi. Conosco insegnanti eccezionali che dopo 20 anni hanno esaurita ogni energia e non ce la fanno più fisicamente e psicologicamente. Per capirsi: tutti ci aspettiamo che un medico empatizzi e si faccia carico del problema del paziente ma non che gli tremi la mano quando deve operare; poiché però in questo caso a pagare per primi sarebbero i pazienti, si sta ben attenti a formarlo adeguatamente.

Il mestiere dell’educatore e del formatore (in particolare con i giovanissimi) presuppone si viva e si comunichi l’atteggiamento ludico, ovvero piacere del fare, dell’essere, dell’essere in luogo (gioco e atteggiamento ludico nella prevenzione nell’orientamento, nella didattica), dimostratosi tra l’altro essenziale per combattere la defezione scolastica e manifestazioni del disagio ben peggiori. Ebbene la lezione frontale può descrivere, spiegare scientificamente e magari far capire l’importanza di questo elemento ma "per utilizzarlo bisogna star bene e viverlo l’atteggiamento ludico, che è un gran bel vivere". Con questa frase una ex allieva, vostra collega, motivava la necessità dell’addestramento emotivo (espressione corporea)e di un lavoro sull’autostima per gli insegnanti, oltre che per i bambini.

Per dirla in breve, c’è modo e modo di sviluppare le proprie competenze e motivazioni, di evolvere la propria flessibilità, di ritrovare un po' di meritata serenità.

Dato che il panorama è mobile ed i / le protagonisti/e siete voi vi lascio la parola e la vetrina; dite la vostra nel forum "Parliamone" di Penn@sfera: www.pennasfera.net

 

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