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“LA SCUOLA CHE AIUTA”
(detto e non detto nella RELAZIONE per il CONVEGNO EURIPE 11 aprile- 2003)
Quando andavo a scuola non pensavo che la scuola mi aiutasse… e non mi è mai passato per la testa di poter aiutare la scuola; ero troppo preso dallo “svoltare” la giornata con gli amici, evitare le interrogazioni (o gli insegnanti) e i bulli che mi mettevano in crisi, poi le ideologie… semmai pensavo e pensavamo di “cambiare la scuola”, ebbri di adolescenza, di ingenuità e presunzione.
Oggi, che tra l’altro insegno a ragazzi e adulti, so che la
scuola, anche quella scuola che tanto criticavo (in parte sicuramente con
giustezza), mi ha aiutato. Sono anche certo che oggi più che mai la scuola può e
deve aiutare più o, se volete, diversamente da quanto faceva prima e che per
farlo occorra prendere coscienza di un disagio diffuso (i risultati si leggono
quasi ogni giorno sul giornale) che ci riguarda tutti (in particolare gli
adolescenti).
La criticità comune, che andremo a vedere, ha però un
vantaggio... rende utili e funzionali per tutti strumenti e metodi che sono
alla base dei processi d’integrazione. La diffusione del telecomando, nato
per i disabili e poi divenuto oggetto comune (e soprattutto un
“affare”economico) dimostra come ciò che è funzionale a tutti abbia maggiori
probabilità di essere adottato ... senza sforzo nella normalità.
Per capirsi la problematica e la proposizione non riguarda solo i 10.616 bambine e bambini diversamente abili nella scuola dell’infanzia, i 56.810 nella scuola elementare, i 47.513 nella scuola media ed i 25.539 nella scuola superiore (i portatori di handicap inseriti nella scuola italiana nell’anno scolastico 2002 – ’03 sono complessivamente 140.478; nella scuola superiore il 261% in più rispetto a 10 anni fa), né solo i 70.000 insegnanti impegnati su questo fronte.
Gli anni e l’esperienza mi hanno reso anche consapevole che quello che distingue la persona che insegna da un libro didattico, dalla televisione didattica, dal computer didattico è la relazione, cioè il rapporto che si crea tra persona e persona. Diceva Howard Gardner che "Le conoscenze maturano sempre all'interno di rapporti tra esseri umani; gran parte di quanto finiamo per interiorizzare proviene dai modelli e dalle sollecitazioni degli altri; e noi stessi costruiamo il nostro sapere in uno scenario sociale" ed un certo Vygotskij sosteneva che “le funzioni mentali elementari dipendono dai sensi, mentre le funzioni mentali superiori dipendono dalla socializzazione”. In ogni caso la crescita personale è sempre legata all'attivazione e armonizzazione di "codici affettivi" e di "codici prescrittivi" insieme.
Una socializzazione che apparentemente (e paradossalmente nell’epoca della comunicazione e globalizzazione) risulta sempre più difficoltosa complessa…
1. … intanto perché piena di diversità:
che non si limitano al modo di essere (alti, magri, bianchi o neri, più o meno o diversamente abili) ma ai modi di proporsi che per atteggiamenti e comportamenti e vestiario sono molto più variegati di ieri, ma
alle differenti culture macro (paesi di provenienza, religioni, ecc.) e micro (familiare e di gruppo: quartiere, branco, ecc.)
2. … poi perché meno uniformati da regole e comportamenti formali, che in qualche modo comunque fornivano e sottintendevano modalità comunicazionali “obbligate”. Presentarsi e relazionarsi e comportarsi in un certo modo a scuola faceva parte delle regole, dette e non.
3. Per la maggior “fragilità emotiva” che contraddistingue la nostra epoca (sono tra coloro che non credono riguardi esclusivamente i giovani) e che negli adolescenti acquista maggior peso data …
4. … la fase di transizione adolescenziale che normalmente porta naturalmente una certa conflittualità:
in famiglia (incentivata dalla ricerca di una identità del proprio io in crescita, dal desiderio di libertà, di indipendenza nelle scelte da operare e nella gestione del tempo)
nella scuola (in particolare se e quando l’approccio scolastico genera : senso di inferiorità, disistima – dovuta ad insuccessi o incapacità nello stabilire rapporti costruttivi con i coetanei, aspettative deluse o insicurezza)
nella società (perdita o sfiducia valoriale e in generale disorientamento di fronte ai modelli culturali proposti dai "mass-media" e dalle contraddittorie e differenti sollecitazioni provenienti dal mondo degli adulti, in generale comunque di tipo pessimiste o sfiduciate rispetto ai futuri possibili. Basti come esempio il tema della disoccupazione … giovanile e no)
La scuola è dunque spazio dove convergono e possono emergere (ambiente protetto) le criticità e il disagio, il malessere … di noi tutti. Perché, come ammetteva un insegnante delle superiori: “noi tutti ci sentiamo spesso handicappati. Quello che può distinguersi è la disabilità che causa l’handicap*.”
E non è strano dato che noi tutti (e il disagio degli uni si riflette sugli altri) viviamo la difficoltà di adattamento (e le paure conseguenti) di un’epoca di transizione socio economica accelerata che significa che cambia la tecnologia e la comunicazione e quindi il nostro modo di pensare e di fare (perché la testa si conforma agli strumenti che si usano), che cambia la cultura, cambia il concetto d’impresa (es. la nuova impresa deve essere flessibile) da cui la formazione permanente (che significa che non si studierà solo a scuola ma che poi ci si dovrà aggiornare e poi riqualificare e poi…)
e conseguenzialmente all’impresa cambia il modello di lavoratore (ad esempio con la mobilità del lavoro: prima si mirava all’impiego fisso oggi ci si deve preparare a cambiare anche 10 lavori nell’arco della vita, prima era importante saper fare bene una cosa, adesso saper imparare nuove cose e trovare soluzioni nuove, in qualche modo cambiano quindi le capacità – competenze vendibili sul mercato…
Per come ci viene presentato, il cambiamento e la disoccupazione fa pensare ad una competitività malata dove il vantaggio dell'uno va necessariamente a scapito dell'altro (eppure proprio la cooperazione risulta essere stato e si pronostica sarà a maggior ragione un elemento chiave dell’evoluzione).
Tutto questo sforzarsi a ragionare di strategie e di strumenti pratici e praticabili, mentre magari la televisione ci fa sembrare vero e possibile diventare famosi anche senza avere professionalità o il "super-enalotto" ci fa disprezzare uno stipendio normale … (il nostro!), ci fa fare confusione tra la realtà ed il virtuale nella semplicità e velocità dello zapping tra “saranno famosi”, “scherzi a parte” e la guerra o la fame al telegiornale, dove si guarda il salotto degli altri … e non si sa più farlo tra noi.
Questa confusione, questo disagio del cambiamento li viviamo tutti, senza contare il disagio dell’età: voi ragazzi con la vostra crisi adolescenziale … (che se vi può consolare di questi tempi dura a lungo), poi per noi adulti c’è la crisi dei 40 anni, poi quella del pensionamento, poi quella dell’invecchiamento, poi … poi dicono che siamo stressati. Bella scoperta!
Ovvio che se io sono a disagio con me stesso e con l’ambiente che mi circonda difficilmente posso aiutare altri (quindi aiutiamoci gli uni con gli altri). Per quanto riguarda i ragazzi che il disagio sia in aumento e che le forme di disagio vadano differenziandosi lo dimostra come comincino ad essere incluse nelle certificazioni sull' handicap l’anoressia, bulimia, "debolezza mentale" (sempre più diffusa a scuola, sotto il nome di ritardo nell’apprendimento).
... e allora la scuola che aiuta, soprattutto attraverso la relazione con gli altri (è una realtà con persone vere, con emozioni vere), è quella che ci rende possibile capire chi siamo, come e dove possiamo e vogliamo arrivare, i motivi e gli obiettivi che ci spingono o che potrebbero farlo … che ci insegna metodi e strumenti di autodiagnosi e di adattamento che serviranno tutta la vita. Una scuola che non si limita più a comunicare saperi ed addestrare al saper fare ma che lavora anche e molto ad evolvere l’essere (nell’evoluzione dell’essere la riuscita dell’integrazione).
Perché i
bisogni educativi speciali riguardano tanto le disabilità o i disturbi
specifici di apprendimento, quanto i disturbi emozionali e comportamentali.
Citando Dario Ianes “Credo che la scuola possa rispondere ai bisogni
educativi speciali con quella che io chiamo la "speciale normalità" e cioè
le prassi didattiche ed educative normali, rivolte a tutti, ma nella stesso
tempo "speciali", perché arricchite di specificità tecniche non comuni, fondate
sui dati più recenti della ricerca scientifica in ambito psicologico,
pedagogico, didattico, ecc.
Penso ad esempio alle didattiche metacognitive, all'apprendimento cooperativo,
al tutoring: modalità normali e nello stesso tempo speciali di far scuola, per
rispondere adeguatamente ai bisogni educativi anche degli alunni più in
difficoltà. Le metodologie educative didattiche si stanno evolvendo proprio in
questa direzione: si passa da applicazioni "molto speciali", cioè solo per
l'alunno speciale, tendenzialmente separate dal resto della normalità delle
relazioni e delle attività, ad applicazioni "molto normali", rivolte cioè a
tutti gli alunni, con o senza disabilità.” (3° Convegno Internazionale "La
Qualità dell'integrazione nella scuola e nella società" Rimini dal 9 all'11
novembre 2001).
Ciò che conta ai nostri fini è che interessi e metodi della cultura della salute (dello stare bene) sono sempre più accomunabili a quelli della scuola se è vero che l’odierno configurarsi dei metodi e contenuti della “cultura della salute” sempre più imperniata sulla consapevolezza di sé, poi sulla relazione con l’ambiente coincide con la pratica dell’orientamento e dell’empowerment /rinforzo (chi siamo, cosa vogliamo fare e diventare) necessari all’inserimento (in particolare dell’adolescente), nel mondo della formazione, del lavoro e genericamente, del contesto sociale… che tanto ha da avvenire! Allo stesso modo in cui di empowerment c’è sempre più richiesta da parte degli insegnanti.
Le esperienze professionali (recenti ed in essere) nel campo dell’inserimento nel mondo del lavoro (di soggetti svantaggiati e no), quelle parallele di rilevamento ed analisi dei fabbisogni formativi nell’impresa, la collaborazione in ambito nazionale ed internazionale ai programmi, metodi e strumenti formativi, mi consentono di valutare l’importanza di quanto sin qui espresso e della odierna (e futura) concezione delle competenze (che vedremo tra poco). Non sono un teorico e non amo teorizzare, piuttosto mi sento un testimone che doverosamente condivide le proprie osservazioni.
Diciamo allora che la scuola aiuta perché spazio di integrazione e confronto (nel suo significato etimologico di completare, aggiungere ciò che manca e serve ad arricchire e contemporaneamente per la sua derivazione: da integre, sostanzialmente “che non può essere diviso”), ovvero intendendo la scuola come spazio d’incontro volto però allo sviluppo della " persona " studente. Una scuola quindi che favorisce (nel e con rispetto) il confronto con sé stessi e con gli altri.
La scuola che aiuta perché spazio di sperimentazione prima che di verifica: di atteggiamenti e cultura. E sperimentiamo tutti: insegnanti ed allievi. In questo mondo di diversi e di diversità è quindi necessario a tutti vedere, trovare i punti in comune. Una educazione/addestramento all’alterità (in un periodo socialmente – e individualmente per l’adolescente - di transizione, in cui quindi non è sempre facile, naturale e piacevole confrontarsi) presuppone si lavori (non dando per scontato sia normale) sul rapporto con ciò che è "simile" nell’altro (soprattutto emotivamente) e con ciò che è "diverso" nell’altro (perché diversamente abile, di altra religione o razza o paese o cultura o squadra di calcio) perché nel gruppo le differenze individuali sono una determinante del successo (a saperle usare).
Abbiamo detto che la scuola necessaria è quella che insegna metodi e strumenti di autodiagnosi e di adattamento che serviranno tutta la vita e il mondo della scuola, bene o male (non è questa una sede critica), e quello del lavoro stanno cercando di adeguarsi.
Una scuola che è e fa cultura e che diviene connettiva (per metodi e strumenti) con il mondo del lavoro coerentemente con l'approccio "mainstreaming" adottato dalla Comunità Europea, un approccio che affronta le problematiche all'interno di politiche generali, abbracciando il fenomeno "disabilità" trasversalmente a tutti gli ambiti in cui si manifesta.
Basti ricordare alcune leggi esemplificative dello sforzo relativo all’ integrazione delle diversità come dei mondi della scuola e del lavoro:
1. quelli con addetti da 36 a 50 devono occupare 2 disabili (attualmente e' del 12%); 2. quelli con oltre 51 addetti devono occupare il 7% di disabili. *
*Nella
quota possono essere computati i lavoratori handicappati già assunti in base
alla 482/68 (disciplina vigente), i lavoratori che divengono inabili in
conseguenza di infortunio o di malattia professionale, se hanno subito una
riduzione della capacità lavorativa superiore a 60%, i lavoratori disabili
occupati a domicilio( anche con tele - lavoro) purchè l'imprenditore
garantisca una prestazione continuativa; gli obblighi di assunzione sono
sospesi in caso di crisi aziendale.
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Ancora una volta seguiamo le orme dell’iter legislativo per vedere come si evolva anche il concetto di competenza nella scuola e nella formazione. Da una scuola del "saper fare" e “sapere”…
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COMPETENZE IN ITALIA |
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1989/90 |
1991 |
1997 |
1997 |
1999 |
2001 |
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Piani di studio per la scuola secondaria superiore e Programmi biennio-triennio |
Negli Orientamenti per la scuola materna del 1991 |
sistema della formazione professionale |
di ricerca intorno al tema delle competenze, delle unità capitalizzabili e dei crediti formativi. |
"Competenze e curricoli: prime riflessioni" |
riflessione sull'intero sistema di istruzione per piano di attuazione della riforma degli ordinamenti scolastici |
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Commissione Brocca (costituita dal Ministro Galloni nel 1988 e ricostituita dal Ministro Bianco nel 1990) |
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legge Treu (L. 196/1997) |
ISFOL (Istituto per la formazione dei lavoratori), che è una struttura tecnica costituita nel 1995 dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali per lo sviluppo della formazione professionale |
Commissione nominata dal ministro Berlinguer per la stesura delle linee portanti dei nuovi curricoli art. 8 del DPR 27/5/99 |
Gruppo ristretto di lavoro, presieduto dal prof. Bertagna Istituito dal Ministro Moratti, con DM n.672 del 18 Luglio 2001 |
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competenza intesa come "saper fare"
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lo sviluppo della competenza viene inteso come consolidamento delle abilità sensoriali, percettive, motorie, linguistiche e intellettive del bambino che viene impegnato nelle prime forme di riorganizzazione dell'esperienza e di esplorazione e ricostruzione della realtà. |
Identificata con il cosidetto saper fare, ossia con la sfera delle abilità professionali
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in relazione ai contenuti e alle aree applicative, in tre tipi di competenze: 1) competenze di base, riferite a conoscenze non specifiche della qualifica, ma ritenute essenziali per il soggetto in formazione; 2) competenze tecnico-professionali, direttamente legate alla qualifica e generalmente distinte in teorico-tecniche e pratico-applicative; 3) competenze trasversali, costituite da un insieme di competenze ritenute utili ai fini di un comportamento lavorativo efficace. |
rapporto tra competenze e conoscenze “Le competenze vanno dunque intese come la capacità di utilizzare le conoscenze acquisite dalla persona che sta apprendendo".
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primariamente al servizio della persona di ciascuno e mira al massimo sviluppo delle capacità di tutti; sul piano degli ordinamenti, del piano degli studi e dell’organizzazione del servizio; -predisporre piani di studio/standard nazionali obbligatori forma e sostanza dell’art. 8 del DPR. 275/99 e delle altre leggi ordinarie e costituzionali in materia, consentano più di ora sia percorsi e completamenti personalizzati da parte delle famiglie e degli studenti, sia una maggiore verifica comparativa nazionale dei risultati;
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A partire dalla Commissione nominata dal Ministro Berlinguer per la stesura delle linee portanti dei nuovi curriculi (art. 8 del DPR 275/99) che sposta l’attenzione dai contenuti (che si debbono comunque sapere) all’uso che se ne fa: " I contenuti sono ciò su cui si esercitano le competenze"; fino al Gruppo ristretto di lavoro presieduto dal prof. Bertagna istituito dal Ministro Moratti, con DM n.672 del 18 Luglio 2001) ed al disegno di legge delega per la definizione delle norme generali sull'istruzione e dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e di formazione professionale (approvato al Senato il 13 Novembre 2002 e alla Camera il 18 Febbraio 2003) che ai concetti di conoscenze (contenuti) e di abilità (riferite al saper fare ma anche al sapere le ragioni e le procedure di questo fare) aggiungono quello di capacità intese come “una propensione dell'essere umano a fare, pensare, agire in un certo modo. …ciò che una persona può fare, pensare e agire, senza per questo avere già trasformato questa sua possibilità (poter essere) in una sua realtà (essere).” |
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2002 |
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disegno di legge delega per la definizione delle norme generali sull'istruzione e dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e di formazione professionale |
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testo è stato approvato al Senato il 13 Novembre 2002 e alla Camera il 18 Febbraio 2003 |
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" è promosso l'apprendimento in tutto l'arco della vita e sono assicurate a tutti pari opportunità di raggiungere elevati livelli culturali e di sviluppare le capacità e le competenze, attraverso conoscenze e abilità, generali e specifiche, coerenti con le attitudini e con le scelte personali, adeguate all'inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro anche con riguardo alla dimensione locale, nazionale ed europea". art.2- 1°comma a) "la valutazione, periodica e annuale degli apprendimenti e del comportamento degli studenti del sistema educativo di istruzione e di formazione, e la certificazione delle competenze da essi acquisite, sono affidate ai docenti delle istituzioni di istruzione e di formazione frequentate"; b) "……..l'Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione effettua verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti….."; "l'esame di Stato conclusivo dei cicli di istruzione considera e valuta le competenze acquisite dagli studenti nel corso e al termine del ciclo e si svolge su prove organizzate dalle commissioni d'esame e su prove predisposte e gestite dall'Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione, sulla base degli obiettivi specifici di apprendimento del corso e in relazione alle discipline di insegnamento dell'ultimo anno". art. 3-1°comma |
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… si arriva ad una scuola ed una formazione valorizza sempre più quelle che potremmo definire competenze trasversali ovvero quelle che fanno riferimento al modo di relazionarsi e alla capacità di affrontare, analizzare e risolvere i problemi (ISFOL).
Per capirci oltre a cosa sappiamo e cosa sappiamo fare diventa importantissimo chi siamo? Come ci gestiamo? Come ci relazioniamo? Come usiamo quel che sappiamo?
Tutto ciò tende in qualche modo ad uniformarci al trend europeo, come si può evincere dal modello standard di curriculum europeo, dove ai dati anagrafici e alle solite notizie relative allo studio si chiede anche di specificare (in modo dettagliato) capacità e competenze di tipo personale e relazionale, acquisite nel corso della vita e della carriera ma non necessariamente riconosciute da certificati e diplomi ufficiali.
Quanto detto sin qui dimostra che vi è da sviluppare una maggiore attività mirata alle “competenze relazionali” e se “stare insieme ed imparare insieme” ad un allievo ad un compagno handicappato pone tanti problemi, affrontarli se non risolverli significa sviluppare la maggior parte delle competenze trasversali e relazionali, quindi cavalcare il cambiamento e non subirlo … e in qualche modo questo vale anche per chi ha problemi più o meno visibili, perché per tutti significa trovare risorse, qualità che gli faciliteranno continuare studi e lavoro … perché l’integrazione loro e nostra continua tutta la vita.
METODOLOGICAMENTE E STRUMENTALMENTE vorrei indicarvi 2 ingredienti preziosi che servono tra noi e a noi: discenti e docenti, abili e meno abili e che saranno sicuramente alla base della futura psicopedagogia ed educazione della persona:
l’atteggiamento ludico (ovvero il piacere di fare … quindi, transitivamente di essere) Fondamentale nell’approccio alla fragilità emotiva, insicurezza, aggressività, difficoltà comunicazionali e relazionali ecc., è alla base dei percorsi di autostima (anoressia, bulimia, ecc.). La sua assenza o una eccessiva carenza viene diffusamente considerata concausa della defezione scolastica come dell’assenteismo nel lavoro, della depressione come della tossicodipendenza. La ri-acquisizione o il rinforzo del piacere del fare - che diventa autoremunerazione, autogratificazione, che porta all’accettazione poi alla sicurezza di sé - è una delle esigenze cui i formatori di oggi sono chiamati a far fronte nella pedagogia come nell’andragogia. Accomunabile al piacere senso-motorio nella prima infanzia, l'attività / atteggiamento ludico è presente nell'attività filogenetica, strumento di sopravvivenza in quanto strumento di superamento delle difficoltà nell’acquisizione di conoscenza (gioco- esperienza) verso la quale si è spinti biologicamente. Pensate ai bambini che imparano a camminare, quante volte guardiamo qualcuno di loro provare i primi passi e cadere e poi riprovare, una volta dietro l’altra. Magari tra un pianto e l’altro; e mentre noi scommetteremmo che”adesso rinunciano”, loro si rialzano e ... ci riprovano. Questo perché il piacere senso-motorio (piacere- stimolo del movimento) è maggiore di qualsiasi altra cosa. Il piacere senso-motorio è vivo in noi e dovremmo rimanere tale anche quando subentra quello sessuale, ecc.. Alla pari dell’atteggiamento ludico, sappiamo bene però quanto questo piacere nel tempo venga relegato in secondo piano o addirittura negato. L’addestramento emotivo è alla base di empatia e condivisione e la condivisione è un elemento fondamentale per le possibilità e capacità relazionali. Dato che, contrariamente a quanto spesso si sente dire capire gli altri non basta. Vero che tutti noi ci aspettiamo o desideriamo sempre che gli altri ci capiscano ma … mettersi nei panni dell’altro non basta. Comprendere l’altro è presunzione. Possiamo arrivare al massimo a capire in parte, perché il vissuto dell’altro è diverso: perché l’altro ha un altro sesso (non che ne abbia 2!), una età diversa, una famiglia diversa, una religione diversa, ecc.. Nessuno di noi direbbe mai ad un amico in carrozzella che ci dicesse di essere triste perché non può andare a fare una corsa sul prato “ti capisco” (o almeno lo spero). Si può però dirli di essere anche noi tristi o di capire cosa si senta quando si è tristi. Perché la tristezza, in una forma o nell’altra, per un motivo o per l’altro l’abbiamo provata tutti. Possiamo cioè condividere l’emozione. Per poter fare questo bisogna però avere autostima, sicurezza di sé. che significa conoscersi e accettarsi, conoscere ed accettare i propri sentimenti. Ciò che porta a
l’addestramento emotivo (ovvero la capacità di riconoscere, condividere e gestire le emozioni). Facilita l’apprendimento e la fiducia in sé stessi e negli altri. Consente di sperimentarsi e sperimentare modi di fare e di pensare. Facilita l’accettazione di sé e dei propri mezzi e promuove la cooperazione
L’entusiasmo con cui promuovo ambedue gli ingredienti su citati deriva dall’aver constatato i risultati di un loro uso in attività legate alla scuola ed alla formazione come al mondo del lavoro.
La mia convinzione è tale che nel proporre, ad esempio, DROGOPOLI gioco di prevenzione delle tossicodipendenze, per le scuole medie e superiori, promuovo ed abbino una sorta di addestramento per gli insegnanti proprio sull’approccio e l’uso dell’atteggiamento ludico e dell’addestramento emotivo. La sperimentazione del gioco nelle aule ci ha confermato come, oltre ad acquisire più facilmente le informazioni e ad elaborarle (come già accaduto per atri giochi didattici come Marco e Sethra – sugli Etruschi), si modifichino anche relazioni, atteggiamenti e comportamenti (anche in questo caso avevamo già verificata la produttività dello strumento gioco con GIOCOOPERANDO). Insomma DROGOPOLI si è rivelato funzionale non solo alla prevenzione delle tossicodipendenze ma alla prevenzione e all’approccio del disagio adolescenziale e alla facilitazione e normalizzazione dell’integrazione. Pur non soffermandomi sulle tecniche e le possibilità d’uso dell’addestramento emotivo e dell’atteggiamento ludico, credo sia comprensibile come questi elementi, che probabilmente connoteranno tutta l’attività educativa e formativa di domani, rendano più naturali e praticabili le regole condivise dell’integrazione (del normodotato come del disabile):
relazionarsi con la persona che per gli adulti significa
mettersi in un’ottica pedagogica prima che clinica. Relazionandosi con i
punti forti per superare i punti deboli (che pure sono presenti), perché nel
nostro ruolo (formatori, educatori, ecc.) non ha senso dire: “ ho un’aula che
non funziona”, siamo noi (per ruolo) che dobbiamo trovare il modo giusto per
stimolarla; allo stesso modo non esiste per voi ragazzi dire “ho dei compagni
bischeri” … tirate fuori il meglio da loro.
Brunner porta avanti il progetto pedagogico di
Vygotskij quando parla dell’intelligenza distribuita: l’intelligenza non è nel
cervello, è nei rapporti che noi abbiamo con le persone, nelle mete che ci
poniamo, nelle domande cui siamo sottoposti. Se vengono poste domande molto
banali, legate alla sensorialità è chiaro che la persona non crescerà mai : “si
può insegnare qualsiasi cosa a qualsiasi persona, a qualsiasi età, purché venga
fatto in modo adatto”
Non si progetta per gli altri ma
con gli altri, come non si parla agli altri ma con gli altri … e se vuoi
comunicare “con” invece che “a” il modo lo trovate insieme. Le cose da dirsi
sono fatte di informazioni ma anche di sentimenti. I sentimenti e le emozioni
sono la colla delle informazioni. Come dicevamo prima "codici affettivi" e
"codici prescrittivi" insieme. In questo senso noi maschietti (che usiamo una
comunicazione informativa, più limitata ai fatti e meno ai sentimenti) dovremmo
forse imparare dalle ragazze.
Le qualità e le capacità vengono fuori
solo se si è partecipi e si fa partecipi gli altri. Partecipare è anche
l’unico modo per apprendere.
Nell’adolescenza può capitare che la famiglia ci stia stretta, perché ci sembra che il mondo sia tanto più grande. Ma se non c’è poi ci manca. Se si hanno problemi, i genitori sono il punto fisso: cambiano gli ambienti, dalla scuola alla formazione, all’apprendistato, al lavoro … loro sono il punto fisso. Relazionarsi con i genitori riguarda tanto la scuola che i ragazzi ... così come quei genitori in alcuni casi assenti.
*· Disabilità“Nell’ambito delle evenienze inerenti alla salute, si intende per disabilità qualsiasi limitazione o perdita (conseguente a menomazione) della capacità di compiere un’attività nel modo o nell’ampiezza considerati normali per un essere umano.” (definizione OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità). La disabilità si riferisce a capacità funzionali estrinsecate attraverso atti e comportamenti che costituiscono aspetti essenziali della vita di ogni giorno. Le disabilità possono avere carattere transitorio o permanente ed essere progressive o regressive.
· Handicap“L’handicap è la condizione di svantaggio conseguente a una menomazione o a una disabilità che in un certo soggetto limita o impedisce l’adempimento del ruolo normale per tale soggetto. L’handicap è la conseguenza di un deficit e non il deficit stesso.” (definizione OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità). L’handicap riflette le conseguenze culturali, sociali, economiche e ambientali che per l’individuo derivano dalla presenza della disabilità. L’handicap può riguardare l’orientamento, l’indipendenza fisica e la mobilità; l’integrazione sociale, scolastica e lavorativa; l’autosufficienza economica. |